internet landscape
manifesto
reflections about net photography
fotografare la rete
 
FOTOGRAFARE LA RETE
Marco Cadioli 2003

Fotografia
Il nome del noema della fotografia sarà quindi: “E’ stato” Roland Barthes

Internet Landscape presenta fotografie di luoghi della rete. Innanzi tutto intendo argomentare perché parlo di queste immagini in termini di fotografie, e per far questo faccio riferimento ad alcune riflessioni fondanti l’idea stessa di fotografia, applicandole al procedimento di cattura di ciò che si presenta sullo schermo navigando.
Partiamo dall’elemento di base, definitorio, secondo Roland Barthes : “Il noema della fotografia è semplice, banale, nessuna profondità: è stato”. Le fotografie attestano che ciò che si vede è effettivamente stato, che quella particolare scena è accaduta affinché possa aver lasciato traccia di se. Possiamo non sapere nulla del soggetto, della sua storia, ma sappiamo che al momento dello scatto si trovava lì, di fronte all’obbiettivo.
Il processo automatico e meccanico di produzione dell’immagine la differenzia da altri sistemi di rappresentazione, dalla pittura ad esempio, e ce la fa accettare come l’immagine più vicina al reale che conosciamo.
E’ impronta diretta della luce. Il processo chimico fisico che sta alla base della registrazione dell’immagine su un supporto sensibile parte dalla luce riflessa dal soggetto, e in tal senso una fotografia ha a che fare strettamente con l’oggetto o la scena riprodotta. Una fotografia non è soltanto un’immagine, come afferma Susan Sontag , ma una traccia, qualcosa che deriva direttamente dal reale come un’impronta, e per Roland Barthes “La foto è letteralmente un’emanazione del referente”. Considero in primo luogo la forza documentativa, facendo riferimento a quel “potere di autentificazione” che, sempre secondo Roland Barthes, “da un punto di vista fenomenologico, nella Fotografia, … supera il potere di raffigurazione”.

Fotografie della rete
“.. Esse sono in realtà esperienza catturata.
…Fotografare significa infatti appropriarsi
della cosa che si fotografa.” Susan Sontag

Il processo di cattura dell’immagine sullo schermo condivide molte caratteristiche con uno scatto fotografico. Quello che registro è effettivamente un’inquadratura di ciò che “è stato” sullo schermo del mio computer in un determinato istante e lo schermo è finestra sulla rete, come dalla tradizione pittorica uno schermo, un quadro, è finestra sul mondo.
Sono immagini che fermano una porzione di quel mondo che si manifesta davanti a noi in matrici di pixel, quel mondo a cui facciamo riferimento quando usiamo metafore spaziali per parlare della rete, il mondo che attraversiamo navigando.
Si tratta di fotografie digitali di un mondo digitale e non di rappresentazioni digitali di un mondo di natura diversa, analogica, materica. L’immagine e il referente condividono quindi la stessa natura numerica, sono descritti dallo stesso codice. Non c’è processo chimico ottico e non potrebbe esserci perché il meccanismo di registrazione che si utilizza nel mondo digitale, uguale per tutti i segnali, è la copia esatta.
L’operazione di “cut and paste” diviene così la naturale declinazione della fotografia negli spazi di dati. La fissazione dell’immagine avviene in modo automatico, il processo è verificabile, non c’è alcuna manipolazione successiva né intervento manuale necessario.
Nelle ricostruzioni in realtà virtuale spesso gli oggetti e gli ambienti appaiono percettivamente reali attraverso simulazioni fotorealistiche del mondo fisico. Le immagini sintetiche generate per ingannare l’occhio, come nel caso degli effetti speciali per il cinema, sono segni simbolici che stabiliscono una relazione convenzionale con un referente non avendo relazioni di causalità con esso.
Le fotografie della rete, snap shot di pagine web, sono ancora emanazione diretta dell’oggetto rappresentato, mantengono una fortissima aderenza al referente e possono per questo essere considerate prova della sua esistenza, certificano una realtà.
Non considero in questa prima analisi tutte le riflessioni sul rapporto tra fotografia e verità e sulle possibilità di manipolazione e alterazione che il digitale ha permesso. Una approfondita analisi di queste tematiche è stata condotta da Mitchell per analizzare i cambiamenti portati dall’utilizzo di fotografie digitali, sino ad affermare che con l’avvento delle immagini digitali: “ The traditional origin narrative by which automatically captured shaded perspective images are made to seem causal things of nature rather than products of human artifice … no longer has the power to convince us. The referent has come unstuck.”
Certo in quanto immagini digitali potrebbero essere sempre rimodificate, create dal nulla senza bisogno di alcun referente, come ha dimostrato Mitchell, ma come fotografie di ciò che è stato rimangono fissate come attimo irripetibile.
In Internet Landscape la fotografia è indicatore di verità nell’intenzionalità stessa dell’autore, elemento portante del progetto, patto stipulato con l’osservatore. Gli elementi grafici che costruiscono il paesaggio della rete diventano l’unico referente di queste fotografie.

Inquadrature
“La fotografia è una sottile fetta di spazio oltre che di tempo. …
Ogni cosa può essere separata da ogni altra:
basta inquadrarne il soggetto in maniera diversa.” Susan Sontag

Come nella fotografia tradizionale se il processo di fissazione dell’immagine avviene in modo automatico, resta nell’intenzionalità dell’autore la scelta del soggetto, dell’inquadratura e dell’attimo dello scatto.
Il taglio di una fotografia è elemento fondamentale non solo per la composizione grafica dell’immagine, ma anche come scelta narrativa di fronte ad una scena. Si scelgono degli elementi e se ne tralasciano altri, si evidenziano parti zoomando sui dettagli piuttosto che presentare un’inquadratura di tutta la scena.
Nello scattare le immagini di Internet landscape mi sono posto le medesime domande, utilizzando l’inquadratura come elemento determinante, consapevole che non si tratta di una riproduzione oggettiva dell’intera schermata ma di scelte operate deliberatamente.
Scelgo un’inquadratura muovendo la selezione, isolando una porzione di realtà e zoomando nella scena. Scelgo quindi una composizione interna all’immagine, guardo nell’area della selezione come se stessi guardando nel visore di una normale macchina digitale. Posso stringere sul volto di un personaggio incontrato facendogli un ritratto, o ambientarlo nel contesto, oppure scegliere un dettaglio ed isolarlo dalla scena come composizione grafica autonoma, non necessariamente riconoscibile.
Ma tutto ciò che inquadro è effettivamente accaduto sullo schermo. Determinante è l’attimo dello scatto, “the decisive moment” di Cartier Bresson, perché spesso si tratta di scene in movimento, veloci cambiamenti di composizioni grafiche e di colori, di loops che ritornano all’infinito o di eventi che si evolvono nel tempo mai uguali a se stessi.

Il tempo - La memoria
“La data fa parte della foto … perché induce a far mente locale, a considerare la vita, la morte …” R. Barthes
“La forza di una fotografia è nel conservare
passibili di indagine momenti che il normale fluire del tempo sostituisce immediatamente” S. Sontag

In tutte le immagine indico la data e il momento dello scatto. È il tempo del mondo reale secondo il fuso orario di dove mi trovo io, a Milano, facendo riferimento ad un tempo soggettivo perché nella rete non c’è un tempo assoluto.
In rete tutto tende a trasformarsi in modo continuo, fluido, le nuove versioni di un sito sostituiscono quelle vecchie progressivamente e vi sono continue modifiche e variazioni. E’ una caratteristica generale del digitale dove nulla è fisso e tutto può essere continuamente modificato senza mai una versione definitiva delle cose.
A volte i siti scompaiono e lo fanno in modo così definitivo che non potrebbe accadere nel mondo reale, non rimane nulla, nemmeno le macerie. Non potremo visitare le rovine di ciò che era un sito, perché quando non è più linkato nella rete è irraggiungibile, scompare.
Internet Landscape ferma un attimo di questo divenire togliendolo dal fluire delle possibili trasformazioni e fissandone un’immagine. Questi reportage sono memoria della rete come è oggi. Hanno la funzione di fissare il ricordo non nella memoria della macchina, nell’hard disk, ma nella memoria dell’uomo, sono la memoria dal lato dell’uomo nel gioco di relazione tra uomo macchina. La macchina ha una sua memoria, un data base dove tiene le informazioni in forma codificata, mentre io qui registro la loro rappresentazione grafica in una memoria visiva. Queste fotografie sono memorie personali perché sono state investite di energia, scelte tra le infinite immagini che la rete propone.

 
 
 
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